Cure all'estero e modulo S2
- mauro bergui
- 7 gen
- Tempo di lettura: 3 min

Cure all’estero: quando sono davvero autorizzabili (e quando no)
Negli ultimi anni sempre più pazienti con SIH, chiedono informazioni sulla possibilità di ottenere la copertura dei costi di cure all'estero tramite il Servizio Sanitario Nazionale (modulo S2).È comprensibile: quando una malattia persiste nel tempo o non risponde come sperato alle terapie, il desiderio di rivolgersi a centri altamente specializzati è umano e legittimo.
Tuttavia, è importante chiarire come funziona realmente la procedura e quali sono i criteri oggettivi su cui si basano le decisioni.
Qual è la domanda a cui la Commissione deve rispondere
Dal punto di vista amministrativo e normativo, la domanda NON è:
“All’estero sono più bravi?”
La domanda, molto più semplice e molto più vincolante, è:
La prestazione sanitaria richiesta può essere eseguita in Italia oppure no?
Tutta la procedura per le cure all’estero ruota intorno a questa unica valutazione.
Quando l’autorizzazione può essere concessa
L’autorizzazione alla copertura delle cure all’estero viene concessa dalla commissione per il Piemonte, di cui faccio parte, in tre circostanze:
Continuità terapeutica: Il paziente è già seguito da tempo all’estero per patologie gravi, spesso non guaribili, in centri ultra-specialistici, e l’interruzione del percorso comporterebbe un rischio clinico concreto. È il caso, ad esempio, di trattamenti iniziati molti anni prima o dei cosiddetti “viaggi della speranza”.
Tecnologia non disponibile in Italia: La patologia richiede una tecnologia, una procedura o uno strumento che non è presente sul territorio nazionale.
Percorso diagnostico-terapeutico non disponibile in Italia: Non esiste in Italia un percorso strutturato e adeguato per quella specifica condizione clinica.
Perché “all’estero fanno più casi” non è un criterio valido
Uno degli equivoci più frequenti è ritenere che l’autorizzazione possa essere concessa perché un centro estero:
vede più pazienti,
ha una casistica più ampia,
ha pubblicazioni dedicate,
propone un approccio diverso.
Tutto questo può essere vero e clinicamente rilevante, ma non costituisce un criterio valido dal punto di vista amministrativo. La normativa non consente di autorizzare cure all’estero sulla base di una comparazione qualitativa tra centri, ma solo sulla assenza della possibilità di trattamento in Italia.
“Ma qualcuno ha ottenuto l’autorizzazione”
È vero: alcuni pazienti, anche con quadri clinici in parte sovrapponibili, hanno ottenuto in passato l’autorizzazione alle cure all’estero. Si tratta di decisioni assunte da altre Commissioni, in contesti specifici e in periodi differenti, che non costituiscono un precedente automatico né modificano i criteri normativi, e che per altro non condivido.
Ogni richiesta viene valutata singolarmente e le autorizzazioni non generano diritti acquisiti per casi successivi.
Il ruolo delle Commissioni e la responsabilità delle decisioni
Le Commissioni Cure all’Estero svolgono una funzione tecnico-amministrativa e rispondono collegialmente delle valutazioni espresse. Nel mio caso, faccio parte della Commissione Cure all’Estero della Città della Salute, con competenza sull’intero territorio regionale piemontese.
Le decisioni delle Commissioni sono sottoposte al vaglio della Corte dei Conti ed i componenti possono essere chiamati a rispondere in solido, anche sul piano economico, per giudizi non conformi. Questa responsabilità non è coperta dall’Azienda sanitaria e grava direttamente sui singoli membri della Commissione. Per questo motivo, le valutazioni non possono basarsi su criteri discrezionali, su comprensibili spinte emotive o sul semplice confronto tra strutture, ma devono attenersi in modo rigoroso ai presupposti previsti dalla legge.
Un messaggio finale ai pazienti
Comprendere i limiti delle cure all’estero non significa negare ascolto, empatia o attenzione alla sofferenza di chi convive da anni con una malattia complessa. Significa però essere chiari e trasparenti su ciò che il sistema sanitario pubblico può e non può autorizzare, e sulle responsabilità che tali decisioni comportano.
La chiarezza, anche quando è difficile, è una forma di rispetto verso i pazienti e verso il sistema sanitario nel suo insieme.



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